Davide Carrozza


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Discografia

2005
"KJW2137 (La gavetta è finita)"

2006
"La rapsodia del commercio bianco"
"Forcipe"

2009
"Spongiforme"
"È inutile prendersela con le cooperative rosse se tuo cugino si è suicidato a testate contro la lavastoviglie"

2010
"Verso l'infinito e basta!"

Cliccare sui titoli
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Lev e Davide Carrozza presentano
"La rapsodia del commercio bianco"

  1. Ouverture (1:59)
  2. Bombe su Kabul (8:21)
  3. WWW (What a Wonderful World: primo quadro) (2:02)
  4. Primo interludio (0:50)
  5. Nuova militanza (3:33)
  6. Secondo interludio (2:01)
  7. WWW (What a Wonderful World: secondo quadro) (3:08)
  8. Ancora bombe su Kabul (5:00)
  9. Finale (6:02)
Per leggere i testi, recarsi sul sito dei Lev.
Cliccare per visualizzare la copertina: Fronte e Retro.
Cliccare sui titoli dei brani per scaricarli in formato MP3 a 320 kilobits al secondo.


Iniziai a lavorare su "La rapsodia del commercio bianco" quando nacque la polemica relativa a Danger Mouse e al suo consigliatissimo "Grey Album", ricavato dal cantato di "The Black Album" di Jay-Z sovrapposto a basi musicali composte da campioni tratti solo ed esclusivamente dall'album omonimo dei Beatles, del 1968 (il famoso "album bianco"). Penso che tutto ciò di cui si parlava in merito, che attirò subito la mia attenzione, abbia condizionato la realizzazione della "Rapsodia", come anche la scoperta di altri artisti, come John Oswald, gli Evolution Control Committee, i Negativland, i KLF ed altri che "saccheggiando" da altri artisti hanno saputo creare dei veri e propri capolavori. Per non parlare poi di quell'altro tipo di avanguardia che meglio conosciamo come "old-school hip-hop": mi piace pensare ai De La Soul, ai Public Enemy e a Grandmaster Flash non come a persone poco creative, o addirittura dei fuorilegge, ma ad autori di una "satira sulla composizione", consci dei propri limiti e in qualche modo continuatori di un discorso che risale a John Cage. Solo che se secondo John Cage la risposta alla fine delle combinazioni armoniche è il silenzio ("4'33""), secondo altri può essere una rielaborazione, ma non revisione, del passato, a volte una celebrazione, altre una critica. Come infatti è da che esiste la tradizione popolare, che altro non è che un continuo "campionarsi", una continua rielaborazione: i Beatles rielaborano Chuck Berry che rielabora Robert Johnson che rielabora qualcuno sentito per strada, e non mi sembra che ciò che conosciamo come diritto d'autore abbia controllato questo "flusso di dati"...
Un po' come Glenn Gould che ragionava sulle tecniche di registrazione e sul modo di fruire la musica (paragone indegno), io ho iniziato a ragionare su come i diritti d'autore (assumibili in ogni forma: come SIAE, come majors discografiche, come un paio di scarpe...) possano condizionare, a volte negativamente, il modo di comporre, quindi la libertà di espressione. Io stesso, che ho un pessimo rapporto con le parole, quando non riesco a completare un discorso, mi sento obbligato a "rubare" agli altri le parole che mi servono per esplicare coerentemente il mio pensiero. Adotto infatti la musica non come mezzo per esprimere i miei sentimenti: non ci riuscirei mai, d'altronde è un argomento superato, una "banalità" calpestata a sangue da ricchi interpreti e impresari incolti. La mia musica è un prodotto non del cuore, ma della testa. Non vuol dire che adotto una strategia, o un canone: ho qualcosa da dire e non conosco altro modo per dirlo; e questa cosa che ho da dire è esattamente quello che ascolti, poiché non ho trovato alfabeto migliore per esprimermi.
Le interviste sul diritto d'autore non vanno lette solo come un'inchiesta sull'argomento (anche perché da solo non sarei riuscito a dire molto): queste interviste segnano la mia scoperta del contrappunto vocale. Non che il contrappunto vocale sia una novità, eh? Risale ai documentari radiofonici fatti da Glenn Gould negli anni Cinquanta, che Marta
[Gabrieli, N.d.A.] mi ha fatto ascoltare. Ho usato determinati spezzoni vocali in determinate battute perché per me suonavano bene, e non per mettere in evidenza un discorso in particolare; Frank Zappa diceva che la regola per eccellenza è la seguente: "Se suona bene per te, è perfetta; se suona male per te, è una merda".
Volevo inoltre cimentarmi con un'opera non solo concettuale (francamente spero che tutte le mie opere siano fruite come tali, poiché ormai riesco rarissimamente a ragionare per "canzoni"), ma anche corale. Volevo far sì che il "coro di argomenti" portasse in qualche modo gli ascoltatori a riflettere e che in qualche modo le persone, la "gente comune" partecipasse all'impresa. Volevo, tra l'altro, che questa coralità, o comunque la struttura dell'opera, rendesse più evidente il filo logico che sono convinto leghi le canzoni incluse nella prima demo dei Lev
[recensita qui sotto, N.d.A.]. Canzoni come "Bombe su Kabul" e "WWW" sono meno distaccate tra loro di quanto si possa pensare, secondo me, anche se non sembra.
Questa è solo una mia interpretazione di tutto. Sì, l'opera proviene da me e dai Lev, ma da me viene appunto solo una parte di tutto, quindi potrei anche sbagliarmi, nonostante il raziocinio con cui cerco di trattare l'argomento. Non vale solo per quest'opera, ma anche per ciò che ho fatto e ciò che farò: con quello che faccio voglio dire determinate cose, ma qualcuno potrebbe carpirne delle altre... Del resto, non può che farmi piacere che il disco goda di più interpretazioni, e non che percorra una sola direzione, il che sarebbe tristissimo e poco gratificante per me, oltre che offensivo nei confronti dell'intelligenza e della creatività dell'ascoltatore.
Vorrei aggiungere una possibile risposta alla domanda: "Perché si intitola 'La rapsodia del commercio bianco'?"
Ho scelto proprio questo titolo, all'inizio apparentemente insensato, perché mi sembrava rappresentare tutto con immediatezza, a prescindere da come le parole sono disposte, il suono che producono, o altro. A posteriori, comunque, penso che possa essere un breve resoconto sull'industria dell'arte: la parte per l'udito a sinistra, quella per gli occhi a destra, e al centro...

(Davide Carrozza, 10 settembre 2006)


LEV
(Autoprodotto, 2003)

La carriera, se così si può chiamare adesso, di questo gruppo inizia quando i nostri eroi frequentano l'ultimo anno al Liceo Scientifico "Elio Vittorini" di Napoli. Il gruppo allora formatosi si chiamava "The Lazy Sods" e faceva cover di Ramones, Sex Pistols e Clash. Non a caso, il nome "Lazy Sods" era una citazione della canzone "Seventeen" dei Sex Pistols. I tre protagonisti di questa storia, il chitarrista Mauro Sommella, il bassista Salvatore Prinzi e il batterista Claudio Mirone, tre compagni di classe, assieme al cantante Gigi Picazio, di un anno più giovane, incisero la loro demo, il cui titolo, "At Least Not The Last, Here For You The Lazy Sods", manco a dirlo, rimandava al celeberrimo album del 1977 "Never Mind The Bollocks, Here's The Sex Pistols", consigliatissimo. La demo, con una confezione poco più che minimale (qualche foto sul booklet, stampato solo all'esterno, e i titoli sul retro), non aveva un audio buonissimo, ma non importava. Gli intenti del gruppo non erano gli stessi di ora, almeno pare. Ma andiamo con calma. La demo conteneva cover dei gruppi punk anni '70 sopra citati, più alcune composizioni strumentali del gruppo, un riarrangiamento per due chitarre di "Regression" dei Dream Theater, con Claudio alla chitarra, e una cover di "Giro giro tondo", di kubrickiana memoria. Fu registrata su MiniDisc e poi diffusa su CD, data ad amici, venduta ad altre persone (si dice sia arrivata persino in Basilicata).
Poi, la maturità, la deboscia per un po' di tempo e la formazione di un nuovo gruppo, stavolta senza il Picazio: i Lev. Il nome è lo stesso di quello di Lev Trockij, il celebre tennista portoghese che ebbe tempo di brevettare le prime tempere a base di sperma di bue (sì, lo so, ma siamo in regime: non spaventiamo nessuno!). Stavolta a cantare è il Sommella, che suona la chitarra, compone i motivi su cui il resto del gruppo mette la sua parte e, siccome ha molto tempo a disposizione, scrive anche i testi. Prinzi, tecnicamente, sembra essere molto migliorato sul basso. Mirone, che suona la chitarra, compone e canta nei Gecko's Tear, gruppo ispirato a Zappa, è abbastanza comico dietro la batteria, ma non per come suona. Ad accompagnare i tre c'è Simone Picardi, un loro ex-compagno di classe del liceo che suona lo djembé.
La musica, come diceva un volantino che pubblicizzava un loro concerto in un celebre locale di Napoli, si pone "tra il peggior Battiato e i migliori Clash". Non c'è, secondo me, modo migliore per definire il loro tappeto musicale, che accompagna testi strutturati come zapping forsennati su televisori che sanno mostrare solo sensazionalismo a buon mercato e bare che puzzano di petrolio. L'indie rock che ne ha abbastanza dei borghesi e delle guerre fatte "per scelta e non per necessità", volendo citare Steven Spielberg, l'hacker famoso per essere penetrato nel sito gay gestito da Gianni De Michelis (sì, lo so, non lo sa nessuno, ma forse gli fa onore), è ora a disposizione di tutti in una demo di due canzoni, "Bombe su Kabul" e "WWW (What a Wonderful World)", recante anche una mappa di Kabul. I toni sono duri, l'attitudine sonicyouthiana al rumore non manca, sebbene lo djembé certe volte sia di troppo (forse proprio perché si sente poco). La quasi cartesiana struttura sonora della registrazione contrasta fortemente con l'esplosione dei concerti, quasi completamente privi di djembé. E forse non è un caso che sia così. Questo comportamento non può che addirsi alla loro coscienza politica. L'attesa è finita. Ne abbiamo un po' tutti fin sopra i capelli dei manifesti di Forza Italia, della nazione gestita come un'impresa e di tutto il resto. L'opposizione è stanca di farsi sentir dire che mangia ancora bambini. È il momento di urlare ai potenti di finirla con queste cazzate. Magari, ruttandogli in faccia.

(Davide Carrozza, 24 aprile 2004)


Sulla stessa lunghezza d'onda [di KJW2137] La rapsodia del commercio bianco, non a caso promossa dallo stesso Davide Carrozza assieme ai partenopei Lev. Questa volta i contributi concreti - parentesi parlate rubate all'FM e vere e proprie interviste che scorrono sullo sfondo - sono sostenuti in maniera convincente dall'apporto musicale di una band che accetta di essere vivisezionata, recisa, attraversata dall'elettromagnetismo e dai transponder, ma non rinuncia ad imprimere una svolta musicale netta al lavoro. Svolta che vive di testi fortemente critici, di un approccio musicale poco ortodosso - C.S.I. (?) -, di rimbalzi noise e accenni post-punk, di esilii forzati al ruolo di comprimari dietro al fiume di parole che regge la trama del disco. Buono il risultato finale e appassionante la convivenza forzata tra le due differenti realtà espressive. (6.8/10)

(Fabrizio Zampighi, Sentireascoltare.com, "We Are Demo", marzo 2007)


Ancora italiani, che stavolta cantano in italiano. Il che, tra l'altro, ha costituito per me un problema mentre reperivo informazioni sul gruppo (si suppone quindi che parli italiano tutt'altro che bene). Si tratta infatti di una collaborazione tra due gruppi. I Lev sono un gruppo rock abbastanza impegnato, e di Davide Carrozza si dice sia un avanguardista.
In ogni caso, il prodotto di questa collaborazione è abbastanza interessante. Il rock inframmezzato al moderno (rumori, registrazioni radio, ecc.) che alla fine è abbastanza piacevole. Non per tutti, ma vale un ascolto.

(Romain B., Musique: Passion, pas Industrie, 21 febbraio 2008, tradotto da Davide Carrozza)